Foto_Max_Pezzali 

In un mondo discografico sempre più traballante, esiste ancora qualche certezza come Max Pezzali. Lo certificano i numeri che può esibire: 6 milioni di copie di album venduti, spalmati in 16 anni di carriera e tour regolarmente andati “tutto esaurito”. Come quello dell’anno scorso, a supporto di “Time out”, ora diventato un disco e un Dvd, “Max Pezzali live 2008”, il primo registrato “dal vivo” della sua carriera.

Sfilano così una serie di successi che abbracciano l’intero percorso dell’artista, suddiviso in due parti: la prima sviluppata sotto la sigla 883, con il contorno di brani come “Hanno ucciso l’Uomo Ragno” e “Sei un mito”; la seconda intrapresa dal 2000 con il solo nome e cognome, puntellata da pezzi quali “Torno subito” e “Nessun rimpianto”.

Alla lista si aggiungono due pezzi inediti, registrati in studio: il trascinante “Mezzo pieno o mezzo vuoto” e la ballata “Ritornerò” che confermano la micidiale capacità di Max di trovare sempre la melodia pop che si stampa nella testa.

Il live arriva dopo sedici anni di carriera. Perché proprio adesso?

Mai come oggi sono riuscito a trovare un punto di equilibrio soddisfacente tra la mia produzione passata e quella più recente. In questi anni ho attraversato vari momenti, coincisi con scelte sonore diverse tra loro, che ora ho potuto presentare con arrangiamenti più vicini ai miei gusti attuali. Il risultato finale è un suono coerente, omogeneo tra tutte le canzoni.

Hai affidato il lancio del disco all’inedito “Mezzo pieno o mezzo vuoto”. Come è nato il pezzo?

Negli ultimi anni siamo stati bombardati da notizie negative di ogni genere e spesso si è sentito rimpiangere il passato: un tempo si stava meglio, dicono alcuni. Ma è davvero così? In fondo, pur riconoscendo che ci sono tanti problemi, viviamo in un’epoca straordinaria. Penso ai progressi della scienza o delle comunicazioni. Allora, io preferisco vedere il bicchiere mezzo pieno: la nostra società offre tanto.

Offre tanto e tutto ma i ragazzi, secondo i sondaggi, si annoiano. Per quali motivi?

Perché non hanno più passioni. Da ragazzino ero un patito di metal e andavo all’edicola del paese ad acquistare i giornali inglesi specializzati per leggere le notizie dei miei idoli che non trovavo nelle testate locali. Magari erano di tre settimane prima, ma era una specie di festa per me. E’ un piccolo esempio per dire che le passioni, allora, si coltivavano. Adesso, tutto ti viene gettato in faccia dai media e quando hai troppo non sai più decidere cosa ti piace.

Non c’è speranza?

Ho avuto un’iniezione di fiducia con il clip di “Mezzo pieno o mezzo vuot”o. Per girarlo, abbiamo riunito in un capannone varie band indipendenti contattate tramite MySpace. Quando ho visto tutti quei ragazzi entusiasti di suonare e impallinati di musica come ero io alla loro età, ho capito che le passioni ci sono ancora. Erano giovani, insomma, che investivano energie, sentimenti, tempo in qualcosa in cui credono, senza porsi per forza l’obiettivo del successo.

Già, il successo e i soldi, altre mete a cui tanti ragazzi ambiscono.

Non sono queste cose che danno sapore alla vita. Ci sono degli annoiati che guadagnano 12 mila euro al mese e poi si devastano di droghe e di alcol. Senza passioni – ripeto – non vai da nessuna parte e – aggiungo – anche senza sacrifici. Non è tutto facile. Vuoi fare il giornalista? Bene, allora fammi vedere se sai scrivere. Non basta avere un blog per pretendere di essere uno scrittore o firmare un articolo su un giornale. C’è gente in giro che si è sbattuta per anni prima di fare una professione in cui credeva.

Il tuo consiglio?

Suggerirei a tanti ragazzi di investire su qualcosa che “sentono” senza pretendere di arrivare subito al top, pensando che si puï andare anche in perdita. Provare, almeno, a fare qualcosa per il gusto di farlo. Ma per riuscirci devono sconfiggere il loro nemico più grande: l’apatia.

Quanto Tv, internet, telefonini contribuiscono a questa apatia?

Tantissimo, perché non sono visti come strumenti da utilizzare quando servono. Invadono le loro vite fin da piccoli e poi riesce difficile uscirne. Lo vedo con la figlia undicenne di mia moglie: arriva a casa da scuola e poco dopo è al computer a chattare con la sua compagna di banco. Ma cos’hanno da dirsi? Si sono appena viste… È il delirio…

Non credi che la famiglia sia ormai disarmata di fronte all’invadenza di questi mezzi?

E’ una questione di regole da adottare e far rispettare in casa: se sprechi il credito del telefonino per dire stupidaggini, io non ti do i soldi fino al mese dopo per la ricarica; la Tv si guarda poche ore al giorno; al Pc metto dei filtri di controllo… Insomma, la famiglia deve fare la famiglia: sono contrario ai “genitori amici”. Se poi si vuole abdicare da questo ruolo, non assumersi certe responsabilità, allora è un altro discorso. Se ai figli si concede tutto con facilità, perderanno il gusto della scoperta e della conquista.

 

Di Claudio Facchetti