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E’ possibile raccontare la guerra ai bambini – e raccontarla senza tacere niente – e al tempo stesso scrivere un romanzo poetico e pieno di speranza? Helga Schneider, scrittrice tedesca che da moltissimo anni vive in Italia, ci dimostra che è possibile. La sua storia non può lasciare indifferenti.

Da bambina, durante la seconda guerra mondiale, fu abbandonata  dalla madre, che aveva lasciato la famiglia per entrare nelle SS e “servire” Hitler e il nazismo. Questa vicenda personale è presente – direttamente o indirettamente – in tutti i suoi libri, per ragazzi e per adulti. Il suo nuovo romanzo – “Heike ricomincia a respirare” (Salani, 123 pagine, 10 euro, acquistalo subito) – racconta però la storia della cugina dell’autrice. E’ ambientato a Berlino nel 1945, dove la piccola Heike, 10 anni, vive con la madre nello scantinato della loro casa, distrutta dalle bombe. Il padre è disperso, ma Heike è convinta che tornerà. Glielo ha “detto” il grande melo del giardino, suo “confidente immaginario”.

Qualcuno sostiene che i libri per ragazzi dovrebbero tacere gli aspetti peggiori della realtà. E’ invece lei parla della guerra e ritiene importante farlo.

Io credo che sia fondamentale, ovviamente con le parole giuste. Bisogna far capire che la guerra è sempre sbagliata, che lascia dietro di sé soltanto macerie: nelle case come nelle anime delle persone. I miei libri coinvolgono molto i ragazzi, che partecipano agli incontri, mi scrivono. Certo, una volta che l’incontro è finito la vita ci riprende nel suo vortice, tutto sembra dimenticato, ma sono certa che qualcosa di quelle emozioni resta.

Questo libro dimostra che anche i tedeschi sono stati vittime del nazismo…

I tedeschi per molto tempo hanno cercato di dimenticare il nazismo, per la vergogna. Ma così hanno dimenticato anche la loro sofferenza e il fatto che non tutti erano d’accordo con Hitler. E’ importante riuscire a guardare “in faccia” la sofferenza per superarla. Tanto che il mio libro si chiude con un messaggio di speranza: alla fine le cose si aggiustano, la vita continua. E Heike, dopo tanto dolore, “ricomincia a respirare”.

Lei vive scrive in italiano, che non è la sua lingua madre. Perché?

Per scrivere in un’altra lingua occorre amarla davvero. Sono arrivata in Italia nel 1963, perché volevo lasciarmi alle spalle la mia storia passata. Sapevo soltanto dire “sì” e “no”. Del tedesco, la mia lingua madre, ho mantenuto il rigore: cerco uno stile pulito, asciutto, per raccontare con poche parole una situazione drammatica. Non ho mai ceduto io al vittimismo e non voglio che lo faccia la mia scrittura. Lavoro molto sul testo, taglio le parti di troppo, do la caccia alla parola giusta finché non la trovo…

 

Di Francesca Capelli