Battaglia_Daniele

Alla musica e al canto ci aveva sempre pensato, non fosse altro che per motivi… familiari, visto che Daniele Battaglia è il figlio di Dodi, chitarrista dei Pooh. Ma i percorsi della vita lo avevano portato altrove, ma sempre davanti a un microfono. Daniele si è infatti ritrovato a fare il dee-jay e poi il vee-jay per il Gruppo Radio Italia. È diventato così una voce e un volto conosciuto via etere, conducendo programmi sempre azzeccati. Ma appena gli è stata offerta l’occasione, Daniele è entrato in sala d’incisione. Con lui, Brenda, giovane speranza della musica nostrana e, alla regia, papà Dodi. Il risultato è il duetto “Vorrei dirti che è facile”, brano pop che, proposto per il Festival di Sanremo, viene silurato. Non dal pubblico, però, che porta la canzone in cima alla classifica per due settimane e lancia la carriera di Daniele. Lui replica il successo con il secondo singolo, “Fresco”, lanciato la scorsa estate. Ormai è maturo per l’album e guidato dal padrem ha sfornato “Tutto il mare che vorrei”, convincente lavoro dai gradevoli toni pop.

Sei arrivato al disco solo adesso, nonostante la musica fosse il tuo menu giornaliero in casa. Come mai?
In effetti, non è stato automatico, anche se ho sempre amato la musica e il canto. Avevo però qualche timore, tanto che provavo perfino imbarazzo a fare il karaoke con gli amici: erano tutt’orecchi per sentire se cantavo bene come mio padre o se ero stonato.

Cosa ti ha fatto vincere l’imbarazzo?
Il caso. Qualcuno penserà che mi abbia spinto mio padre, ma è andata in modo diverso. Il brano con cui ho debuttato era stato scritto da mio papà per Brenda. La costruzione del pezzo richiedeva una voce maschile di dialogo e quella “parte” è stata offerta a me. Ho provato.

Tuo padre come ha reagito?
È stato il primo a essere sorpreso. Ha scoperto che suo figlio sapeva cantare. Mi ha solo detto che potevo dirglielo prima.

Eri così “raccomandato” che il duetto con Brenda è stato bocciato al Festival di Sanremo.
La partenza non è stata brillante, ma con il risultato ottenuto poi in classica, non posso lamentarmi. Anzi, meglio così, altrimenti qualcuno avrebbe di certo insinuato sospetti sulla mia partecipazione a Sanremo.

Quale direzione musicale hai voluto dare al tuo album?
L’idea era di prendere le distanze dalla classica linea melodica all’italiana e di arrangiare i brani con le moderne sonorità del pop internazionale. E credo di esserci riuscito grazie anche al grande lavoro di mio padre e dei musicisti che hanno lavorato al disco.

Nei testi, invece, cosa hai voluto raccontare?
Le mie esperienze personali, legate per lo più ai sentimenti, visti sotto varie sfaccettature. Ho tenuto volutamente fuori temi più impegnativi, non sarebbero credibili raccontati da me. Ho vissuto, e vivo, in una certa agiatezza: parlare di disoccupazione o crisi esistenziali sarebbe un po’ stridente.

Sono parole che ti fanno onore.
Niente di eccezionale, si tratta di mettere onestamente le cose nella giusta prospettiva. Chi lavora veramente è colui che si alza presto la mattina per guadagnarsi il pane. Io sono stato fortunato.

Perché hai intitolato l’album “Tutto il mare che vorrei”?
Come la canzone omonima contenuta nel disco, fotografa bene le mie speranze. Ho così tanti desideri e progetti in mente, che vorrei realizzare nella mia vita, che mi sembrava un titolo azzeccato.

Ha preso il via la tua carriera di cantante. Lascerai la radio e la tv?
Non credo. Mi piace misurarmi con altre attività, come d’altronde accade abitualmente in America. Solo in Italia c’è la tendenza, di solito, a ingabbiare l’artista in un ruolo preciso. Invece a me piacerebbe diventare come Fiorello, Morandi o Ranieri, gente capace di fare di tutto e bene. Mi rendo conto che per arrivare a certi livelli ci vogliono impegno e studio, ma la cosa non mi spaventa.

di Claudio Facchetti