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Non se l’aspettavano nemmeno loro di vincere il Festival di Sanremo, categoria “Giovani”, tanto che si erano perfino assopiti nei camerini per la stanchezza. Invece per Luca e Diego Fainello, in arte Sonohra, il sogno è diventato realtà e sull’onda delle votazioni hanno surclassato la concorrenza, affermandosi con il brano “L’amore”. Una bella soddisfazione, soprattutto perché il brano, come l’album “Liberi da sempre”, è tutta farina del sacco dei due fratelli veronesi. Un lavoro gradevole, zeppo di riferimenti ai generi più svariati, eppure disegnato con personalità. Personalità maturata in anni di concerti sui palchi dei pub, dove la coppia si è esibita come duo acustico alternando pezzi altrui (dai Bon Jovi ai Blues Brothers) a loro composizioni.Una palestra importante, che li ha “svezzati” fino a farli arrivare a Sanremo.

Cosa si prova a vincere il Festival?

È come finire dentro un tornado. Non siamo abituati a una simile esposizione mediatica e ancora non ci siamo resi bene conto di quanto è accaduto. È chiaro che siamo soddisfatti.

Speravate nella vittoria?

Sinceramente no. Per noi, era già tanto aver passato lo scoglio della prima serata: ci permetteva di far ascoltare il nostro pezzo una seconda volta

Non avete davvero pensato al primo posto?

Non c’era motivo. In classifica, dopo le prime votazioni, eravamo al sesto posto, lontani dalla vetta. E infatti, in camerino, ci siamo addormentati, vinti dallo stress e dalla stanchezza.

Come è nata la passione per la musica?

Siamo cresciuti in un ambiente dove si respirava l’arte: il nonno violinista di professione, mamma cantante e papà fotografo. È stato naturale prendere in mano una chitarra.

Meno scontato che diventi una professione.

È vero, ma l’incoraggiamento ad andare avanti, oltre che dalla famiglia, è arrivato anche dai buoni risultati che ottenevamo esibendoci nei pub. Negli ultimi dieci anni, ci siamo sottoposti ad un continuo esame da parte del pubblico, suonando musica altrui e qualche nostro pezzo su quei palchi.

Quanto ha influito questa esperienza sulla resa dell’album?

Tantissimo. Durante la gavetta, ci siamo appassionati a tutta la musica, dal blues degli anni ’50 fino ai decenni successivi. Suonavamo di tutto, da Bryan Adams a pezzi dance di Robert Miles, sempre elaborati in chiave acustica. Per questo, le canzoni del nostro disco hanno volti sonori differenti e spaziano dal folk al rock, dal country al pop.

Avete ottenuto carta bianca nel realizzarlo?

È stata la condizione base per poterlo incidere. In passato, avevamo avuto già altre offerte, ma ci era stato chiesto di cambiare il nostro sound, e abbiamo rifiutato. D’altra parte, per essere credibili, si deve suonare ciò che si sente dentro.

In alcuni pezzi, emerge un’attenzione ai problemi dell’ambiente.

La Terra è malmessa e lo sottolineiamo in “English dance” e “I believe”. Nella prima, poniamo l’accento sull’aria irrespirabile delle grandi metropoli, mentre nella seconda riflettiamo sulle responsabilità dell’uomo nel distruggere l’ambiente, la sua casa naturale. Di questo passo, l’umanità rischia di pagare un prezzo altissimo. Tuttavia siamo fiduciosi: la speranza è che si riesca a evitare il peggio.

 

Di Claudio Facchetti