E’ considerato un “maestro del bianco e nero”. E’ José Muñoz, fumettista argentino, nato nel 1942 a Buenos Aires. Creatore, con lo sceneggiatore Carlos Sampayo (quasi coetaneo e anche lui argentino) del personaggio di Alack Sinner, protagonista di una serie poliziesca. Si avvicina all’arte molto presto, frequentando a 11 anni l’atelier di Humberto Cerantonio, scultore argentino di origine abruzzese. Poi si iscrive alla Escuela Panamericana de Arte dove insegnavano Hugo Pratt (quello di “Corto Maltese”) e Alberto Breccia (quest’ultimo sarà anche un suo maestro). Negli anni ’70 si trasferisce in Europa, dove resterà quando il suo paese cadrà nelle mani di una dittatura militare, dal 1976 al 1983. Lo abbiamo incontrato a Bologna, in occasione del festival di fumetto Bilbolbul (www.bilbolbul.net).

Da bambino eri più un lettore di romanzi o di fumetti?

Leggevo entrambi, andavo e venivo tra i due mondi, che mi sembravano due varianti della stessa famiglia. Mi piacevano le parole, ma anche le immagini, la possibilità di catturare emozioni con una linea. Ho amato Dickens, Stevenson, Pratt, ma anche il cinema. Sandokan è stato uno dei miei miti da ragazzo, ma più tardi ho scoperto le sofferenze del suo autore, Emilio Salgari, le angherie che ha subìto, le truffe da parte del suo editor… Era un grande talento, senza averne la consapevolezza.

Come nasce il nome del tuo personaggio più famoso, Alack Sinner?

Sinner è un detective privato sul modello di quelli creati da romanzieri come Chandler e Hammet. Prima è arrivato il cognome: Sinner, cioè “peccatore”. Poi il nome, Alack, che è una parola cockney (una specie di dialetto parlato un tempo dai londinesi doc) e significa “ahimé”. In realtà è un nome inesistente, ma suona bene, è massiccio. E ha un forte valore simbolico, significa “ahimé peccatore”.

Perché la scelta di farne un fumetto solo in bianco e nero?

Ci sono storie che vedo “a colori” e altre no. Con i colori dipingo, ma i miei fumetti li vedo soltanto in bianco e nero, un po’ come una scacchiera.

La tua scelta di abbandonare l’Argentina ha avuto motivazioni politiche? Già all’inizio degli anni ’70, prima del colpo di stato del 1976, chi si occupava di politica era nel mirino dei militari.

Nel 1972, quando partii, la mia militanza politica era già conclusa. Sono venuto in Europa per curiosità, perché il fumetto in Argentina era in crisi e non riusciva pi§ a essere una professione di cui vivere, mentre qui aveva ancora vitalità. In Italia, dove c’erano riviste come “Frigidaire”, “Linus” “Valvoline”, ho vissuto dal 1974 al 1975. Li ricordo come anni di discussioni, di litigi, ma anche di grande creatività.

Di Francesca Capelli