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Alicia Keys è cresciuta esercitandosi sugli spartiti della musica classica, per poi rimanere folgorata dalla moderna musica nera. E il risultato, quando ha iniziato a scrivere canzoni, è stato la sintesi di questi due mondi. Un linguaggio originale che, unito a un talento fuori dal comune, ha fatto diventare Alicia Keys una delle stelle più brillanti degli ultimi anni. Quattro album, tutti vendutissimi in ogni angolo del globo, e in costante progresso creativo, come ha dimostrato anche con l’ultimo “As I am”.

Un’artista che non si ferma alle sole note musicali: Alicia è infatti anche scrittrice, attrice (l’ultimo film è “Diario di una tata”) e sceneggiatrice di successo. Inoltre, non fa mancare il suo impegno nel sociale, appoggiando tre diverse associazioni umanitarie. Insomma, bella, brava e intelligente.

Hai intitolato il disco “As I am”, “Come sono”. Cosa mancava ai precedenti album nel dare un tuo ritratto completo?

Assolutamente niente. Ogni disco ha fissato una fase della mia vita ben. Oggi sono diversa da qualche anno fa. Ho fatto nuove esperienze e queste sono finite nelle canzoni di “As I am”. E’ come scrivere un libro infinito: ogni capitolo ha un suo senso per me e si evolve di volta in volta.

Quali temi hai voluto affrontare nell’album?

Nella maggior parte dei brani parlo d’amore, visto sotto varie sfaccettature, ma trovano spazio anche argomenti sociali o riflessioni di vita. E’ importante, per esempio, vivere ogni momento come se fosse l’ultimo, così come mi preme evidenziare la situazione del mio paese, gli Usa, che mi sembra pronto per qualcosa di nuovo ma ancora non si decide a cambiare.

Uno dei pezzi più significativi del lavoro è “Superwoman”. Perché lo hai scritto?

E’ una canzone dedicata a chi, talvolta, passa dei momenti di sconforto e non si sente affatto una “superwoman”, una superdonna. Invito a reagire, a trovare dentro di sé la forza per andare avanti.

Quale “volto” sonoro hai voluto dare al disco?

Mi è difficile etichettare il disco. C’è chi lo definisce soul, chi pop, altri rock, ma non ha importanza. Ricordo che un giorno, mentre stavo eseguendo una partitura di Chopin, mi sono accorta che la successione degli accordi calzava a pennello per un pezzo nello stile di Stevie Wonder. E’ la dimostrazione che le sette note non hanno confini. L’importante è dare emozioni e fare belle canzoni.

Nel 2007 hai intrapreso anche la carriera di attrice. Come scegli i ruoli da interpretare?

Mi piace diversificare, è l’unico modo per imparare. Per questo, nei film che finora ho interpretato, indosso panni diversi. D’altra parte, concentrarmi su un’unica formula non fa per me, in qualsiasi campo.

Sei un’artista impegnata nel sociale. L’ultima tua “missione” è stata in Africa. Con quali risultati?

Decisamente positivi. Ho visto con i miei occhi persone che si trovavano a un passo dalla morte ritornare a vivere grazie alle cure mediche ricevute. Certo, la strada è ancora lunga, ma con la raccolta dei fondi, che tengo personalmente sotto controllo, si è riusciti a fornire medicinali, costruire un reparto pediatrico, un orfanotrofio e un ospedale a Durban, in Sudafrica.

 

Di Claudio Facchetti