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Un paesino, South Fallsburg, sperduto nello stato di New York, la grande metropoli nemmeno troppo distante, il sogno di un ragazzo con la passione per la musica. Una scena già vista tante volte, destinata di solito a svanire nella cruda realtà, ma non per Gavin DeGraw. Lui ci crede veramente, nelle sue canzoni, e per questo si trasferisce a New York in cerca di fortuna. Suona ovunque: ristoranti, pub, feste private, locali notturni, lasciando sempre buoni ricordi.

Così Gavin si autoproduce un Cd con una manciata di suoi pezzi, che vende bene alla fine di ogni esibizione. Il suo nome inizia a circolare e finalmente, nel 2003, arriva il sospirato contratto discografico. Il risultato è l’album “Chariot”, dai gustosi toni pop, che lo spedisce alla grande nelle classifiche di mezzo mondo, totalizzando oltre un milione di copie vendute. Ed ecco il seguito di quel fulminante esordio, intitolato semplicemente “Gavin DeGraw”. Un album che aggiunge, alla felice vena melodica, pennellate rock, allontanando il pericolo dell’effetto “doppione” rispetto al primo disco. Gavin, insomma, prova a variare il menu, con risultati apprezzabili.

La tua nuova prova ha contorni più rock rispetto all’album d’esordio. Perché?

E’ il risultato dei concerti di questi anni. Sul palco, i brani acquistano un volto più energico e in studio ho voluto riprodurre l’identica atmosfera. Alcune canzoni hanno preso un’identità marcatamente rock, pur seguendo sempre una precisa linea melodica. Comunque, non ho snaturato il mio stile.

In effetti, c’è posto anche per le ballate.

Considero questo disco come un completamento del precedente, dove emerge un altro aspetto del mio essere musicista. D’altra parte, sono cresciuto apprezzando il rock e questa passione si riverbera in certi pezzi. Tuttavia, non mancano nell’album parentesi perfino più intime di “Chariot”.

Il tuo primo disco ha ottenuto un grande successo. Con quale spirito ti sei avvicinato a questo?

Con grande serenità. L’eventuale pressione dovuta alle buone vendite di “Chariot” non l’ho proprio sentita, forse perchè avevo da parte parecchie canzoni a cui attingere, scritte quando ancora ero uno sconosciuto. Altri brani sono recenti. Tutti insieme fotografano bene i miei stati d’animo.

Stati d’animo legati soprattutto all’amore, tema portante dei pezzi del disco. Rappresentano vicende che hai vissuto?

Solo qualche canzone. Altre volte ho raccolto gli sfoghi di alcuni amici e ho provato a vivere le loro emozioni. Non mi interessa, infatti, raccontare una storia per filo e per segno, che sia mia o di altri, quanto cogliere le sensazioni che essa produce. Mi sento come un pittore impressionista, che sulla tela dipingeva non i dettagli di un’immagine, ma le emozioni che quella stessa immagine evoca.

Cosa pensi abbia distinto le tue canzoni dalle tante che inondano ogni mese il mercato?

Difficile capirlo. Io metto molta attenzione alla stesura di un brano, cerco sempre di curarlo nei minimi dettagli, di trovare una chiave di lettura che mi appartenga, senza strizzare l’occhio ai gusti della gente. E’ ovvio che se non ottieni successo non vai tanto lontano, ma è importante seguire la propria ispirazione e migliorarsi, non cercare solo il consenso. Un artista deve anche educare il pubblico.

Come nasce una tua canzone?

Inizia tutto dalla melodia. Senza di essa, non vado avanti. E’ una sfida, perché a livello di mercato prevale il ritmo, l’elettronica spinta, le basi sonore precotte: tanti dischi tutti uguali, con testi scontati. Scarseggia la classe e a rimetterci è la musica.

 

Di Claudio Facchetti